13

Mar
2019

Come innamorarsi di Valencia in 48 ore: istruzioni per l’uso

Posted By : Alessandro/ 97 0

Nel cielo di Valencia non c’è stata una nuvola. Per tutti e tre i giorni che ci siamo fermati c’è stato uno dei cieli più azzurri che avessimo mai visto. Su Valencia ci siamo fatti un sacco di aspettative, forse perché sono in molti a definirla la meta ideale in cui trasferirsi per imparare lo spagnolo: sole, mare, prezzi alla portata, belle persone, una città di provincia che però ha una forte identità, che vuole mantenere. “Non vogliamo diventare la nuova Barcellona”, Sergio, l’host del B&B ha esordito proprio così. “A noi piace che Valencia sia una città provinciale, Valencia è qualcosa di diverso e deve rimanere diverso”. Sergio, valenciano doc, parla un ottimo italiano, anzi a dirla tutta per la prima volta incontriamo uno straniero (parola che non mi è mai piaciuta, e che negli ultimi anni ha assunto accezione sempre più negativa purtroppo), che preferisce l’italiano all’inglese. Studiare l’italiano è il suo hobby, la definisce una lingua stupenda e ama il nostro paese. Ci racconta che recentemente è stato a Bologna, “è una città stupenda” dice. Io sono d’accordo con lui, noi lo siamo, ma lo guardo stranito perché pensandoci il 90% per cento delle persone che conosco in effetti (italiani), a Bologna non ci è nemmeno mai stata. E allora parliamo un po’ di Bologna, Può sembrare stupido ma mi ha fatto piacere sentire certe cose, come se i complimenti li avesse fatti a me. Forse ha risvegliato un senso di appartenenza, di orgoglio, il suo saper apprezzare qualcosa della nostra Italia, che siamo proprio noi italiani per primi a denigrare spesso e volentieri. Non possiamo che constatare che Sergio ha un animo particolarmente sensibile, lo si vede da come affronta certi argomenti, da come parla. Gli piace pure la musica italiana!

“Non vogliamo diventare la nuova Barcellona”

Africa invece è molto più schietta. Gestisce la struttura, ci sembra subito una con le idee molto chiare, i modi gentili, asciutti e spicci, di chi non ha tempo da perdere e sa che anche tu in vacanza non ne hai. Ci piace il suo stile, ha il dono della sintesi ma non tralascia alcun dettaglio. Ci racconta Valencia, in poche, precise parole, segnando sulla mappa le cose importanti da vedere, le zone più belle da visitare, quelle da tralasciare senza sentirsi in colpa, con un fare che ci fa quasi mettere sull’attenti. Poi ti lancia uno dei suoi sguardi sorridenti e interrogativi “Capito?”. Per uno strano gioco di carismi e alchimie hai capito perfettamente e lei già lo sa. Settimane di ricerche sui blog e guide, spazzate via da 3 minuti di training intensivo e mirato. Avessi avuto più professori con lo stesso stile forse oggi sarei una persona diversa (o molto più probabilmente no, ma di sicuro più colta). Anche lei parla un italiano discreto, un po’ più impacciato di Sergio, ma considerata la difficoltà della nostra lingua, da promuovere a pieni voti. Non so dire se sia o meno di Valencia, il suo nome e il suo cognome, l’impressione che ci ha dato, ci hanno lasciato intendere che dietro la sua persona ci sia una lunga e interessante storia, della quale però non abbiamo insistito per spalancare le porte. “Preferisco italiano a inglese, io amo a la Italia” e penso che abbiamo una fortuna sfacciata, 2 su 2! La scena si è fatta divertente perché sia con lei che con Sergio a noi invece veniva spontaneo provare a rispondere utilizzando quel poco di spagnolo imparato da autodidatti. Promesso Sergio e Africa, prima o poi lo realizzo davvero sto sogno di venire in Spagna ad impararlo per bene.

come innamorarsi di valencia in 48 h vojagon

27 di febbraio 2019, 26 gradi, maglietta a maniche corte, se mai avessi immaginato un clima simile, avrei messo in valigia pure un paio di shorts, da indossare allegramente. Dalle due del pomeriggio fino alle 16, le 17, il vento che correva fra i vicoli in ombra però, ti ricorda che è pur sempre febbraio e quindi tutto sommato la scelta dell’abbigliamento è stata azzeccata. A quanto ho capito in quell’orario a Valencia soffia ogni giorno sempre un po’ di aria, per cui chi soffre il freddo, farebbe meglio a portarsi sempre una giacchina o una felpa. Penso al sollievo invece che quell’aria dà d’estate agli abitanti, quando le temperature possono arrivare a 40°, ma non quando il vento arriva dall’interno della Spagna, lì sono dolori. Valencia, insieme a Lisbona, è una delle città con il miglior clima d’Europa e probabilmente del mondo. Il clima è secco e quindi le estati sono più sopportabili nonostante le alte temperature, insomma tutto molto diverso dall’afa e l’umidità al 90% di Milano.

Per pochi giorni non abbiamo intercettato le Fallas, Falles in valenciano, l’evento più atteso dell’anno, Patrimonio Immateriale dell’Umanità per l’Unesco. Sono una festa così delirante e affascinante che servirebbe un intero articolo dedicato. Carri, sormontati da vere e proprie opere d’arte, ritenute per la loro grandezza monumenti, che vengono bruciati in grandi falò fra spettacoli pirotecnici e botti. Di italiani in giro per Valencia ne troviamo molti e altrettanti sono quelli che hanno deciso di stabilirsi qui magari per aprire un ristorante. Sono arrivato alla conclusione che siamo un po’ i cuochi del mondo in questo momento storico.  Fa sorridere quanto è scontato ricordare che in ogni angolo del pianeta tu possa mettere piede, almeno un italiano lo trovi di sicuro.

Il nostro B&B si trovava proprio a due passi da Piazza della Reina, in pieno centro storico, quella per intenderci su cui si affacciano la bellissima Cattedrale di Valencia e il suo famoso campanile, il Micalet. Costruita in stile gotico valenciano, qualcuno sostiene che ospiti il Sacro Graal. Un calice d’oro c’è e poiché non abbiamo gli strumenti per confermarlo né smentirlo ci abbandoniamo alla suggestione che lo sia, mentre illumina la sua cappella. Un certo “potere” deve comunque averlo davvero, perché è quasi impossibile (e siamo in bassa stagione) riuscire a fargli una foto. La cattedrale è bella da qualsiasi punto di vista, anche dalla piazza che si trova alle sue spalle, Piazza della Vergine, su cui si affacciano diversi bar e ristoranti dove è possibile assaggiare l’Agua de Valencia, una bevanda tipica del posto a base di cava o champagne, succo d’arancia, vodka e gin. Se devo pensare a quello che ritengo il tesoro nascosto di Valencia però è senza dubbio la chiesa di San Nicola, provare per credere. Qui viene definita “la piccola cappella sistina”.

Qualcuno dice che Valencia puzza e in effetti qualche odore non proprio buonissimo lo abbiamo sentito uscire dai tombini in alcune zone della città, ma la cosa è circoscritta e meno plateale di quello che viene descritta. Forse il suo essere una delle città più pianeggianti del mondo e così vicina al mare crea un po’ di ristagno.

Proprio per la sua natura così “piatta” e naturalmente per la sua dimensione, non abbiamo praticamente fatto uso della metropolitana o altri mezzi pubblici, ma l’abbiamo girata comodamente a piedi. L’autobus ci è servito solo per andare fino alla Città della Scienza, dove ritrovare le famose opere architettoniche dell’archistar Calatrava, oggi uno dei maggiori simboli della città. Sembrano un grande scheletro di un animale che si poggia in queste vasche con acqua pulita come una piscina che crea un intenzionale gioco di riflessi davvero interessante. Se della Città della Scienza e dell’Oceanario tutti sanno un po’ tutto, noi abbiamo investito due meritati euro per visitare, a pochi passi, il Museo Fallero dove ogni anno viene conservata dopo essere stata salvata dal fuoco, una tra  le migliori o più significative delle Falla.

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Noleggiando una bicicletta o anche a piedi si può risalire il letto del fiume Turia fino a tornare in centro. A piedi un fiume? Sì a piedi. Il fiume Turia infatti non scorre più fra le vie della città, perché è stato deviato dopo l’ultima grande inondazione nel 1957, al di fuori dei confini urbani. Agli abitanti di allora, Valencia deve un grosso favore: il letto originario del Turia infatti, sarebbe dovuto diventare una tangenziale, solo la loro opposizione ha fatto sì che fosse riconvertito in parco cittadino, il Jardin del Turia. Non credo esista altra città al mondo che possa offrire una cosa simile e questo rende Valencia una città unica.

“Se vi sedete al tavolo e dopo 5 minuti vi portano la paella, alzatevi e andatevene. Per farla al momento ci vogliono 45 minuti e mi raccomando la paella si mangia a pranzo.” Africa su questo è stata molto decisa e l’ho visto come un atto di profondo rispetto. In effetti ci è voluta un’ora buona prima che ce la servissero la Paella, quella originale, nata proprio qui a Valencia, fatta con riso, peperoni, fagioli, carne di coniglio e pollo. Quella paella che il riso si attacca un po’ alla padella e devi levarlo con la forchetta, leggermente bruciacchiato: la classica delizia che bene non fa ma, insomma si vive una volta sola. La merenda a base di churros e cioccolata la facciamo alle 6. Qui è tutto spostato avanti di almeno un’ora: l’orario sarebbe inaccettabile per qualsiasi brianzolo, che alle 6.30 al massimo si prepara per la cena.

“Se vi sedete al tavolo e dopo 5 minuti vi portano la paella, alzatevi e andatevene. Per farla al momento ci vogliono 45 minuti e mi raccomando la paella si mangia a pranzo.”

La vera sorpresa però è l’horchata, una bevanda rinfrescante che la si ama o la si disprezza, da accompagnare ai fartones, un morbido lievitato, dolce, lungo e stretto. Il gusto dell’horchata ricorda un po’ il latte vegetale, a metà strada tra quello di mandorla e quello di soia. In effetti è realizzata con acqua, zucchero e il latte di un tubero, la chufa in spagnolo, altamente diffuso nelle campagne di Valencia. A noi è piaciuta tantissimo! Per un pasto veloce il Mercato Central è l’ideale. Rispetto alla Boqueria di Barcellona e al Mercado de San Miguel di Madrid, è molto più autentico. Chi vive in centro è qui che fa la spesa e le bancarelle, seppur strizzino gli occhi ai turisti che le prendono d’assalto, hanno una natura più “nostrana”. Il Mercado Central si trova proprio di fronte alla Lonja de la Seda, una delle attrazioni da visitare assolutamente a Valencia.

Ci dicono che le serate valenciane si consumano prevalentemente tra il quartiere di Ruzafa (dove abbiamo mangiato ottime tapas) e il Barrio del Carmen. Sono due luoghi molto diversi, ma se dobbiamo essere onesti quello che ci ha colpito di più è il secondo. Mentre camminavamo fra le sue vie, i murales scorrevano uno dopo l’altro sulle pareti dai muri scrostati e i palazzi che, decenni dopo, portano ancora i segni della catastrofe dell’alluvione. Il Barrio del Carmen ha un’aura decisamente diversa dal resto della città, come fosse una piccola enclave. Ha un aspetto più trasandato, ma un fascino ancora più autentico. Trascinando i nostri trolley verso la stazione ci siamo fermati in Plaza del Ayuntamiento, la piazza del comune, dove i palazzi e le prospettive ricordano un po’ la Gran Via di Madrid. È il primo marzo e alle 14 assistiamo, in mezzo a 5 mila persone, alla prima Mascletà, uno spettacolo pirotecnico che tutti i giorni fino al 15 di marzo avvicina i valenciani alla grande festa. Che peccato non aver potuto godere delle Fallas!

Capire una città in 3 giorni è praticamente impossibile, ma l’impressione che ho avuto è che Valencia sa di essere una città unica al mondo, ma non ha il fare arrogante di chi te lo vuole spiattellare in faccia. Come tutte le città portuali ha un mix di identità distinte legate ai traffici che hanno fatto arrivare e partire da qui tanta gente e lo si percepisce nei volti, nelle architetture.  Unite però ne fanno una ancora più forte, indipendente, anticonformista e pronta a divertirsi in qualsiasi momento, però sempre e comunque, per citare Vasco, persa dentro i fatti suoi.

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Scrivo, leggo, viaggio, suono, e poi riscrivo rileggo risuono e riviaggio ancora

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